Schermi e risoluzione
Un portatile 4K da 15 pollici e un monitor 4K da 32 pollici hanno lo stesso identico numero di pixel. Messi uno accanto all’altro non si assomigliano per niente.
Tre grandezze che sembrano una sola
La risoluzione dice quanti pixel ci sono: 1920×1080, 2560×1440, 3840×2160 che è il 4K. Il primo numero sono le colonne, il secondo le righe.
La dimensione è quanto è grande fisicamente, in pollici, misurata in diagonale da un angolo all’altro.
La densità è la risoluzione divisa per la dimensione, e nessuno la stampa sulla scatola. È la densità a decidere quanto è nitida l'immagine, non la risoluzione da sola.
Ecco perché quei due schermi 4K sono così diversi. Gli stessi pixel spalmati su 32 pollici sono grandi il doppio che su 15, e a un certo punto li distingui a occhio.
Le due combinazioni più comuni sono 1080p su 24 pollici e 1440p su 27. La seconda è più nitida e ci sta più roba, ed è diventata lo standard di fatto per chi lavora al computer tutto il giorno.
Come nasce l’immagine
Ci sono due modi di accendere un pixel, e quasi tutto il resto discende da quale dei due usa il tuo schermo.
Un LCD ha una retroilluminazione sempre accesa dietro al pannello. Davanti alla luce c’è uno strato di cristalli liquidi che sotto tensione ruotano e funzionano da valvola, lasciando passare più o meno luce per ogni subpixel. Il colore lo dà un filtro.
La conseguenza è precisa: un pixel nero è una valvola chiusa davanti a una lampada accesa, quindi un po’ di luce passa sempre. È il motivo per cui il nero di un LCD è grigio scuro.
Uno schermo OLED non ha retroilluminazione. Ogni pixel produce la propria luce. Spento vuol dire spento davvero, e non emette niente.
I quattro tipi di pannello
TN è il più vecchio e il più economico. È stato il primo a superare i 60 Hz (hertz) e ha portato i 120 e 144 Hz sui monitor da gioco all’inizio degli anni Dieci. Paga tutto sul resto: basta inclinare lo schermo e i colori si spostano, gli scuri sbiadiscono, i chiari si invertono. Ormai lo trovi quasi solo su monitor da ufficio a basso costo.
VA ha il nero più profondo fra gli LCD. Il rapporto di contrasto sta fra 3000:1 e 6000:1, contro circa 1000:1 di IPS e TN, e si vede nei film e nelle scene buie. In cambio è lento: i pixel cambiano colore con calma e dietro agli oggetti in movimento resta una scia.
IPS nasce a metà anni Novanta in Hitachi proprio per risolvere i problemi di colore e di angolo del TN, e diventa lo standard quando Apple lo mette negli iMac e nei MacBook. Colori fedeli, angoli di visione che non cambiano l’immagine, ed è il motivo per cui chi lavora con foto e video lo sceglie di default. Il suo punto debole è uno solo, il contrasto: circa 1000:1, quindi neri che tendono al grigio.
OLED ha nero perfetto, contrasto praticamente infinito e pixel che cambiano colore all’istante. Costa parecchio e ha un problema che gli altri non hanno: il burn-in, l’impronta lasciata da elementi che restano fermi sullo schermo per mesi.
Sugli OLED il testo può avere i bordi colorati
ClearType, il sistema con cui Windows disegna le lettere, dà per scontato che i subpixel siano in fila verticale rosso, verde, blu, come su un LCD. I primi QD-OLED li dispongono a triangolo e i WOLED in un altro ordine ancora, quindi attorno alle lettere compaiono aloni colorati. Non è un difetto dell’OLED, è la disposizione dei subpixel. I pannelli recenti sono tornati alla fila verticale, e sopra i 140 PPI (pixel per pollice) circa, cioè un 4K da 27 o 32 pollici, il problema smette di vedersi.
Mini-LED e QD-OLED non sono un quinto e un sesto tipo
Vengono venduti come tecnologie a sé, e conviene sapere cosa sono davvero.
Mini-LED è un LCD. Non cambia il pannello, cambia la retroilluminazione: al posto di pochi LED grandi ce ne sono migliaia piccoli, raggruppati in zone che si accendono e si spengono in modo indipendente. Il contrasto migliora molto e si riduce il blooming, l’alone che un oggetto luminoso lascia attorno a sé su fondo scuro. Non arriva al nero dell’OLED, ma ci si avvicina, e va molto più forte in luminosità.
QD-OLED è un OLED fatto diversamente. L’OLED classico produce luce bianca e la filtra per ottenere i colori, e il filtro spreca luminosità. Il QD-OLED parte da emettitori blu e li fa passare attraverso uno strato di quantum dot che li converte in rosso e verde. Il risultato sono colori più puri e picchi oltre i 1000 nit (l’unità della luminosità), contro i 600 o 700 degli OLED più vecchi.
Il contrasto è il numero che nessuno stampa
Il rapporto di contrasto è la luminosità del bianco più chiaro divisa per quella del nero più scuro che il pannello riesce a mostrare nello stesso momento.
È la grandezza che decide più di ogni altra se un'immagine ha corpo, ed è quella che sulla scatola non c'è quasi mai. Un monitor con colori perfetti e 1000:1 di contrasto, in una stanza buia, sembra comunque piatto accanto a un VA.
Quando invece un numero di contrasto c’è ed è enorme, tipo 10.000.000:1, si tratta di contrasto dinamico: misurato spegnendo e riaccendendo la retroilluminazione fra due misure diverse. Non descrive niente che tu possa vedere in un istante.
Cosa certifica davvero l'etichetta HDR
Le sigle DisplayHDR 400, 600, 1000 sono di VESA e il numero è la luminosità minima in nit. La differenza vera non è la luminosità: è l’oscuramento locale, cioè poter spegnere zone dello schermo. DisplayHDR 400 non lo richiede, quindi è un pannello normale con colori più larghi e un bollino sopra. Il livello da cui l’HDR si vede è il 600. Una scatola con scritto “HDR 2000” senza logo di certificazione non promette nulla.
La frequenza di aggiornamento
Quante volte al secondo lo schermo ridisegna quello che mostra. 60 Hz è lo standard di sempre, 120 o 144 Hz si vedono subito.
Scorri una pagina web o muovi il puntatore in tondo e la differenza si vede senza sforzo. Viene raccontata come una faccenda da videogiochi, e non lo è: si nota in ogni minuto di uso normale.
Esiste anche la frequenza variabile, venduta come FreeSync da AMD e G-Sync da NVIDIA. Lo schermo smette di ridisegnare a intervalli fissi e segue il ritmo della scheda video, il che elimina l’immagine spezzata in due durante i movimenti rapidi. Serve soprattutto giocando.
Due cose diverse si chiamano frequenza
La frequenza del processore si misura in GHz e riguarda i cicli di calcolo. La frequenza di aggiornamento dello schermo si misura in Hz e riguarda i ridisegni. Stessa parola, nessun rapporto fra le due.
Vale la pena controllare la propria, perché Windows non la imposta da solo.
Un monitor da 144 Hz che va a 60
Succede di continuo: colleghi un monitor veloce e Windows lo lascia a 60 Hz. Win + I, poi Sistema, Schermo, Impostazioni schermo avanzate, e scegli il valore più alto disponibile.
Il tempo di risposta sulla scatola non è una misura
Il tempo di risposta dice quanto ci mette un pixel a passare da un colore a un altro. Se è troppo lento, quello che si muove sullo schermo appare sfocato.
Sulla scatola trovi numeri come 1 ms (millisecondo), e conviene non prenderli per buoni. Le prove vengono fatte in stanze molto più calde di una stanza normale, perché il calore rende i cristalli liquidi più rapidi, e il risultato viene preso dall’esemplare migliore invece che da uno medio.
Perché quei numeri non si possono confrontare
Non esiste nessun obbligo di misurare allo stesso modo, quindi l’1 ms di una marca e l’1 ms di un’altra non descrivono la stessa cosa. VESA ha introdotto una certificazione apposta, ClearMR, che impone una temperatura normale e le impostazioni di fabbrica, ma i monitor certificati sono ancora pochi. Se il dato ti serve davvero, cerca una recensione che l’abbia misurato.